Il ritorno di un re

Storici inglesi. Per me sono sempre stati un mondo a parte. Mi vedo a tredici anni instancabilmente immerso ne Le campagne di Napoleone. Le aveva scritte David Chandler ed era come seguire un’avvincente serie televisiva; all’epoca si chiamavano sceneggiati e ne facevano una stagione sola. Tutt’altra storia, è il caso di dire, qualche anno dopo con Mack Smith e la sua Storia d’Italia letta su una branda di caserma mentre fuori imperversava un gelido inverno. Tanta stima per quel grande nome della storiografia anglosassone, ma no, non ho amato lui né gli storici inglesi così dediti all’aneddoto e finanche al pettegolezzo, esageratamente ripiegati su singoli passaggi biografici. Sarà un mio pregiudizio, ma mi sono sempre sembrati carenti di rigore scientifico. E tuttavia, quando il loro gusto per il racconto e per la narrazione particolareggiata degli episodi si sposa a una robusta impostazione storiografica allora la lettura diventa un autentico viaggio. Lo scozzese Dalrymple mi ha portato in Afghanistan e poi su e giù per l’Asia centrale. Mi ha parlato del Grande Gioco: quello che ha visto soccombere l’impero britannico e quello russo davanti ai terribili guerriglieri padroni delle montagne afghane. Mi ha regalato il ritratto di una galleria di affascinanti personaggi europei e asiatici. Con Il ritorno di un re non ho perso inutilmente del tempo a distinguere tra narrativa e storia. Mi sono solo messo seduto per godermi un pezzettino del grande “romanzo” degli esseri umani.

Signor C.

Il ritorno di un re, William Dalrymple, Adelphi
Traduzione di Svevo D’Onofrio

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