Orhan Pamuk – Il Museo dell’innocenza

copSe leggi L’isola del tesoro oppure Il conte di Montecristo, naturalmente voli sulle pagine. È complicato fermarti. È fastidioso perfino ricordarsi di respirare. Li chiamano romanzi avvincenti. Capolavori in cui tutto avviene a ritmi eccitanti; le sorprese e le avventure si susseguono senza posa. Indimenticabili. Immortali.

Poi ci sono grandi romanzi, che non hanno nulla a che vedere con tutto ciò. Sono lenti. Dopo i primi capitoli sembra che succeda poco o nulla. Sei semplicemente avvolto da descrizioni dettagliate, da spiegazioni puntigliose. E tuttavia non ti annoi, non li chiudi e li metti via. Beh, sono certamente scritti molto bene. Però non è tutto lì; è che quando interrompi la lettura ti accorgi di essere finito in una specie di tela di ragno, una tela vischiosa che non ti lascia. Ti sembra di avere dimestichezza da sempre con quella città, con quei personaggi e le loro vite, con quel linguaggio. E a proposito di tele, se ti imbatti in una di quelle che tesse Pamuk, rimani prigioniero e ti cali perfettamente nel clima e nell’ambiente che ti sta raccontando. Penso a Neve e a La stranezza che ho nella testa, ai ritratti della provincia turca e di Istanbul, all’inesorabile verificarsi del destino tra cuori infranti e intrecci etnici, politici e religiosi. Ma se devo sceglierne uno, dico Il Museo dell’innocenza. Lo sfondo è lo stesso, la tela funziona sempre e ti cattura benissimo; sei immerso nelle strade, nelle case, negli usi e costumi di Istanbul, nei riti famigliari, nelle regole sociali. Poi c’è l’amore. Ma qui il sentimento non è solo uno dei vari elementi in gioco. Al contrario, tutto si regge sull’amore di Füsun e Kemal. C’è l’apparizione e l’attrazione irresistibile, c’è la rinuncia e la scomparsa, c’è la sofferenza e la perseveranza, e infine e soprattutto c’è il ricordo; un ricordo maniacalmente curato e protetto, come solo sa curare chi crede che la presenza del passato nel presente sia l’unica vita. È inutile affaticarsi a cercare definizioni: la storia di Kemal è semplicemente un amore grandissimo, di quelli lunghi una vita intera, di quelli che ti fanno assaporare una passione travolgente e che superano ogni genere di accadimenti, di quelli che ti fanno provare un incontenibile rammarico per tutto ciò che poteva essere e non è stato. Insomma, uno di quegli amori che solo pochissimi hanno la fortuna di vivere.

Signor C.

Il museo dell’innocenza, Oran Pamuk, Einaudi

Traduzione di Barbara La Rosa Salim

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