La strada

51w9nwqxfxl-_sx324_bo1204203200_Natale a New York. Faceva freddissimo ed eravamo stremati per le giornate a rotta di collo nelle strade di Manhattan. Quella sera, nella stanza buia dell’albergo, si sentiva il respiro delle altre persone che dormivano profondo. Decido di non arrendermi subito alla stanchezza e lascio il mio piccolo lume acceso. Prendo il nuovo Mc Carthy, La strada, e mi preparo a leggere un paio di pagine. Avevo amato tutti i suoi romanzi e all’inizio avverto un leggero fastidio: cos’era quella roba apocalittica? quella specie di fantafuturo senza fantascienza? dov’erano le lande desolate di un Ovest senza tempo dove si snodavano abitualmente tutte le sue storie? perché stavolta c’era un bambino? per colpire basso? Poi le pagine diventano quattro, dieci, cento. Il ritmo è implacabile e soprattutto il suo Ovest c’è ancora. È lì, con tutta la sua disperazione, apparentemente senza scampo per i buoni, immenso e claustrofobico al tempo stesso. Non mi fermo più. Una notte intera. Come sempre per le grandi narrazioni scritte, è automatico crearsi all’istante, come in un film, facce, immagini, paesaggi. Il film, quello vero, tratto dal romanzo, non esisteva ancora, era lontano dall’essere ideato e girato. Quella notte era il mio film che mi scorreva davanti agli occhi: un padre e un figlio, intorno a loro il peggio degli esseri umani, il meglio degli esseri umani. Tutto sommato è piuttosto semplice; semplice come dimenticarmi del resto e leggere un libro tutto d’un fiato; semplice come accorgermi che sto piangendo; nel silenzio del sonno profondo che mi circonda, sto piangendo. Finisco, chiudo, spengo. Da quando non mi commovevo così per un libro? Bah, forse ero adolescente, buttato su un letto, indifferente a qualsiasi altra cosa da fare. Era una storia lunga cent’anni, era la storia di Aureliano, di Rebeca e di tanti altri, era tutta un’altra storia…

Signor C.

La strada, Cormac McCarthy, Einaudi, 2006

Traduzione di Martina Testa

 

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