Gormenghast

 

 

La parola trilogia ha un suo fascino. Sembra che qualcosa di architettonico cali in un’opera letteraria e una storia diventi articolata e più ricca. Ma se hai poco tempo e voglia, spesso ti spaventi davanti ai tre tomi che ti aspettano. Io però sconsiglierei di provare paura di fronte a Gormenghast. Intanto, un nome e una storia fantasy associati alle colte ed eleganti edizioni Adelphi sono un bel contrasto che quanto meno incuriosisce. Poi c’è la lingua; anche nella traduzione italiana, i registri, i toni, i virtuosismi di Mervyn Peake ti avvolgono, morbidi e rotondi; sembra che puoi rilassarti come con un classico della letteratura e invece ti senti irrequieto, instabile, fuori centro. Poi ci sono i personaggi; non uno di loro ti mette a tuo agio. Grotteschi, aspri, cupi, duri, tutti duri, nessuno escluso. Infine la storia. È semplicemente un romanzo di formazione? Siamo davvero nel genere fantasy? È una specie di medioevo? Castello, candele e coltelli per finire con gli aeroplani? Domande inutili se poi addenti vorace le pagine che narrano delle acque che invadono e sommergono tutta Gormenghast o quelle ancor più incalzanti dello scontro all’ultimo sangue fra l’eroe e il malvagio, il Male con la maiuscola. A un certo momento sembra di stare con Mc Carthy e il suo assassino diabolico e invincibile di Non è un paese per vecchi. Ma il punto è proprio quello: il male riemerge ovunque e il sollievo, la speranza di un rifugio li trovi solo in chi conserva un barlume di umanità. Se però leggi la data, allora capisci: Peake pubblica il primo dei tre volumi nel 1946. Era appena uscito dall’orrore.

Signor C.

Post a comment